liquirizia

Covid-19 e liquirizia

Nella giornata di ieri (27-12-2020) è uscita sui giornali una notizia assai bizzarra: il presidente del Turkmenistan propone la liquirizia come cura per il Covid (Ansa).
La notizia viene riportata con una non troppo velata accusa di complottismo, negazionismo o che dir si voglia contro il politico turkmeno, sostenendo che non ci sia alcuna prova.
Siamo sicuri che davvero non ci siano prove scientifiche che avvalorino la tesi del presidente Berdymoukhamedov?

In realtà è vero il contrario: ci sono già numerosissime ricerche scientifiche, pubblicate su note riviste, che parlano della glicirizzina come una sostanza la cui attività antivirale contro il virus SARS‐CoV è stata già confermata [1]. Vediamo un po’ più in dettaglio.

La glicirrizina è un glicoside saponinico tri-terpenoide che rappresenta il principio attivo dell’estratto di liquirizia. In ambito fitoterapico e farmacologico questa sostanza viene utilizzata come espettorante e come gastroprotettore nell’ulcera peptica. Dalla liquirizia si estrae inoltre l’acido glicirrizico, dalla cui idrolisi si ottiene l’enoxolone (acido glicirretinico). Questa sostanza ha note proprietà farmacologiche: antivirale, antifungina, antiprotozoica, antibatterica, eupeptica, emolliente, antiflogistica e citoprotettiva. Inoltre, l’acido glicirretinico, assieme all’acido glicirrizico, ha azione epatoprotettiva, ha effetti positivi sui danni cerebrali dovuti a ischemia e risulta addirittura avere un effetto sinergico con i farmaci antitumorali[2].

Questa incredibile sostanza naturale è oggetto di studi scientifici da anni e le ricerche hanno evidenziato importantissime attività antivirali (Tabella 1) contro il coronavirus della SARS (SARS-CoV). E’ qui opportuno sottolineare come SARS-CoV e SARS-CoV-2 siano relativamente simili ed appartengano alla stessa famiglia, sebbene il secondo sia più contagioso. Quanto sappiamo oggi su Covid-19 deriva in gran parte dagli studi effettuati sul SARS-CoV.

Tabella 1. Studi preclinici e clinici sull’attività della glicirrizina contro la sindrome respiratoria acuta grave coronavirus (SARS – CoV)

Un importantissimo studio italiano, condotto dall’Università Federico II di Napoli, ha evidenziato che la glicirizzina ha la capacità di ostacolare l’ingresso del virus Sars-Cov-2 all’interno delle cellule umane, ed è in grado, in vitro, di legarsi al recettore Ace delle cellule umane e alla proteina Spike del virus, rispettivamente la serratura e la chiave di accesso del virus all’interno delle cellule dell’organismo umano. La glicirrizina pertanto sarebbe in grado di ostacolare l’interazione di queste due componenti tra loro, e come risultato provocherebbe l’oggettiva difficoltà da parte del virus di entrare nella cellula umana e di replicarsi[3].
Alla luce di queste scoperte viene da chiedersi se sia stato davvero opportuno un atteggiamento di sfida e di scherno in risposta alle dichiarazioni del presidente turkmeno, da parte di diversi importanti quotidiani.

[1]Chrzanowski, J, Chrzanowska, A, Graboń, W. Glycyrrhizin: An old weapon against a novel coronavirus. Phytotherapy Research. 2020; 1– 8. https://doi.org/10.1002/ptr.6852

[2] “Acido glicirretico” Wikipedia, Wikimedia Foundation, ultima revisione 27 giugno 2019, https://it.wikipedia.org/wiki/Acido_glicirretico

[3] Hijacking SARS-Cov-2/ACE2 receptor interaction by natural and semi-synthetic steroidal agents acting on functional pockets on receptor binding region Adriana Carino, Federica Moraca, Bianca Fiorillo, Silvia Marchianò, Valentina Sepe, Michele Biagioli, Claudia Finamore, Silvia Bozza, Daniela Francisci, Eleonora Distrutti, Bruno Catalanotti, Angela Zampella, Stefano Fiorucci bioRxiv 2020.06.10.144964; doi: https://doi.org/10.1101/2020.06.10.144964


malva

Curarsi con le erbe: malva

La malva (Malva sylvestris) è una pianta biennale dalla quale si formano degli stupendi fiori a cinque petali, che hanno una forma che ricorda vagamente quella di un cuore. Il colore del fiore schiuso è rosa vivace e diventa violaceo quando si richiude e si secca.
Così come la gramigna e lo zenzero di cui abbiamo già parlato, anche la malva è nota e utilizzata dai tempi antichi a scopo medicinale per le sue proprietà, e utilizzata anche oggi per il trattamento di varie sintomatologie, anche in ambito farmacologico.
Sia le foglie che le radici e i fiori di malva sono edibili e vengono solitamente assunti sotto forma di infusi. La pianta ha ben note proprietà leggermente lassative, diuretiche e antinfiammatorie che possono promuovere l’eliminazione del muco dall’organismo.


Recenti studi hanno confermato che la malva può essere molto utile nel trattamento di malattie dermatologiche come la psoriasi[1]. Può inoltre aiutare a prevenire gli infarti del miocardio. Secondo un articolo pubblicato a settembre 2020 sul journal Frontiers in pharmacology, infatti, un pretrattamento con malva nei topi ha ridotto il danneggiamento di tessuto ischemico al cuore, ripristinando i livelli di concentrazione di superossido dismutasi (SOD) e catalasi (CAT), due enzimi che combattono lo stress ossidativo, e diminuendo i livelli di malondialdeide (MDA), una sostanza che, al contrario, indica la presenza di deterioramento cellulare e stress ossidativo[2].
Un altro studio, pubblicato sempre nel 2020, stavolta sul journal Cancers, ci fa invece capire che questa pianta ha anche delle importanti proprietà antitumorali, l’estratto metanolico di foglie di Malva pseudolavatera Webb & Berthel. ha dimostrato un effetto anti-proliferativo e pro-apoptotico sulle linee cellulari di leucemia mieloide acuta[3].

[1] Prudente AS, Sponchiado G, Mendes DAGB, Soley BS, Cabrini DA, Otuki MF. Pre-clinical efficacy assessment of Malva sylvestris on chronic skin inflammation. Biomed Pharmacother. 2017 Sep;93:852-860. doi: 10.1016/j.biopha.2017.06.083. Epub 2017 Jul 12. PMID: 28711022.

[2] Xiao, Y., Oumarou, D. B., Wang, S., & Liu, Y. (2020). Circular RNA Involved in the Protective Effect of Malva sylvestris L. on Myocardial Ischemic/Re-Perfused Injury. Frontiers in pharmacology, 11, 520486. https://doi.org/10.3389/fphar.2020.520486

[3] El Khoury, M., Haykal, T., Hodroj, M. H., Najem, S. A., Sarkis, R., Taleb, R. I., & Rizk, S. (2020). Malva pseudolavatera Leaf Extract Promotes ROS Induction Leading to Apoptosis in Acute Myeloid Leukemia Cells In Vitro. Cancers, 12(2), 435. https://doi.org/10.3390/cancers12020435

ghandi

Digiuno, un prezioso alleato

Io so pensare. So aspettare. So digiunare.

E’ questa la risposta che Herman Hesse mette in bocca a Siddharta, alla domanda del mercante Kamaswami: “che cosa hai appreso, che sai fare?”
Sembra che oggi, forse più che mai, l’inclinazione di Siddharta nei confronti della vita sia sempre più lontana dalle nostre attitudini. Noi odierni occidentali, infatti, non digiuniamo, anzi Wikipedia ci educe : “la medicina considera dannoso e pericoloso per la salute un digiuno prolungato”[1]. Inoltre, guardando ai nostri ritmi frenetici, alla brama del tutto e subito, e alla nostra mente spesso purtroppo “intossicata” dall’ansia e dall’apprensione, si direbbe che non sappiamo nemmeno aspettare. Riguardo al pensare, evito di esprimermi, perché mi dilungherei oltremodo, dando troppa enfasi a questo preambolo, e lascio invece ogni conclusione a te che leggi.

Il digiuno è una pratica antichissima, portata avanti storicamente per ragioni legate alla religione, ma anche alla politica. Nella Bibbia viene menzionato almeno 50 volte, tra Antico e Nuovo Testamento. E’ noto che Gesù, secondo i testi sacri, abbia digiunato per 40 giorni e lo stesso si dice abbia fatto Pitagora. A livello politico sappiamo dell’attivismo di Ghandi che ha fatto del digiuno non soltanto una pratica ascetica e religiosa, ma anche un efficace strumento di pace per influenzare la politica e fermare le atrocità che si perpetravano nell’India del secolo scorso.

Sembra che negli ultimi anni i meccanismi innescati dal digiuno, anche prolungato, abbiano attirato anche l’attenzione dei ricercatori: cercando la parola “fasting” sul noto repository NCBI, ci si rende conto che sul digiuno, soltanto negli ultimi 12 mesi, sono state scritte 21677 pubblicazioni. Negli ultimi 5 anni troviamo 103.961 risultati e negli ultimi 10 anni ne troviamo invece 173.347.
La crescente attenzione della comunità scientifica verso il digiuno è senza dubbio spinta dagli incoraggianti risultati delle ricerche.
Un recente studio, pubblicato nel 2019 sulla rivista scientifica PLOS ONE, frutto di un’osservazione di un anno su 1422 soggetti che hanno fatto periodi di digiuno dai 4 ai 21 giorni, di fatto sembra smentire ciò che è stato scritto da Wikipedia, dimostrando un benefico effetto modulante del digiuno sui lipidi nel sangue, sulla regolazione del metabolismo del glucosio e su altri parametri ematici generali correlati alla salute. In tutti i gruppi osservati, il digiuno ha portato un aumento del benessere fisico ed emotivo. Tra i 404 soggetti con disturbi di salute preesistenti, 341 (84,4%) hanno riportato un miglioramento, mentre gli effetti avversi sono stati riportati in meno dell’1% dei partecipanti[2].
E’ senza dubbio degno di essere qui riportato anche uno studio tutto italiano, pubblicato sulla rivista oncologica Nature Reviews Cancer nel 2019, secondo il quale la vulnerabilità delle cellule tumorali alla privazione dei nutrienti e la loro dipendenza da metaboliti specifici siano segni distintivi emergenti del cancro e quindi il digiuno o le diete che imitano il digiuno (FMD) portando a forti alterazioni nei fattori di crescita e nei livelli dei metaboliti, generino ambienti in grado di ridurre la capacità delle cellule tumorali di adattarsi e sopravvivere[3]. Secondo lo stesso studio, il digiuno è dunque in grado di migliorare gli effetti anticancro delle chemio e radioterapie e ridurne i danni a carico dei tessuti sani.
Il digiuno, fatto con criterio, è pertanto un potente alleato del nostro sistema immunitario e potrebbe, il condizionale è d’obbligo per la scarsità di studi clinici, non solo aiutare a prevenire l’infezione virale da SARS-CoV-2[4], ma anche innescare processi di autofagia ed in particolare di virofagia per la cura dell’infezione da Covid-19[5].

[1] “Digiuno” Wikipedia, Wikimedia Foundation, ultima revisione 19 maggio 2020, https://it.wikipedia.org/wiki/Digiuno.

[2] Wilhelmi de Toledo F, Grundler F, Bergouignan A, Drinda S, Michalsen A (2019) Safety, health improvement and well-being during a 4 to 21-day fasting period in an observational study including 1422 subjects. PLoS ONE 14(1): e0209353. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0209353

[3] Nencioni, A., Caffa, I., Cortellino, S. et al. Fasting and cancer: molecular mechanisms and clinical application. Nat Rev Cancer 18, 707–719 (2018). https://doi.org/10.1038/s41568-018-0061-0

[4] Hannan, M. A., Rahman, M. A., Rahman, M. S., Sohag, A. A. M., Dash, R., Hossain, K. S., Farjana, M., & Uddin, M. J. (2020). Intermittent fasting, a possible priming tool for host defense against SARS-CoV-2 infection: Crosstalk among calorie restriction, autophagy and immune response. Immunology Letters, 226. https://doi.org/10.1016/j.imlet.2020.07.001

[5] Carmona-Gutierrez D, Bauer MA, Zimmermann A, Kainz K, Hofer SJ, Kroemer G, Madeo F. Digesting the crisis: autophagy and coronaviruses. Microb Cell. 2020 May 4;7(5):119-128. doi: 10.15698/mic2020.05.715. PMID: 32391393; PMCID: PMC7199282.

zenzero-antitumorale

Zenzero: un potente antitumorale

Iniziato l’autunno sono arrivati i primi raffreddori e influenze. Per quanto in tempi di Covid avere l’influenza possa apparire molto serio, in realtà un raffreddore, nome comune per definire una rinofaringite acuta infettiva virale causata solitamente da rhinovirus, può essere facilmente guaribile anche senza ricorrere ai medicinali (previo parere medico).

Esistono, come noto, vari ingredienti che la natura offre (ingredienti che in buona parte dei casi rappresentano i principi attivi dei medicinali che troviamo in farmacia) per facilitare il processo di guarigione, e su questo blog cercherò di affrontare l’argomento anche in maniera approfondita. Uno di questi rimedi naturali è senz’altro lo zenzero (Zingiber officinalis) il cui termine è di origine sanscrita (srngaveram) e significa “radice cornuta”. Si tratta di una pianta appartenente alla famiglia delle Zingiberaceae, originaria della Cina meridionale, ma oggi largamente coltivata anche nella fascia tropicale e subtropicale e che presto vedremo, per fortuna, in vendita nei supermercati anche da agricoltura 100% italiana, grazie al Consorzio zenzero italiano.

Non ci sono antivirali efficaci per curare il “raffreddore” e sono poche anche le misure di prevenzione che ci offre la scienza medica tradizionale, ma questa pianta è utilizzata da 2.500 anni con effetti positivi anche in caso di febbre1.

Alla base delle proprietà curative del “ginger” ci sono i suoi composti bioattivi, tra i quali gingeroli, paradol, zingerone e shogaoli, ingredienti preziosi in grado di prevenire vari tumori portando all’apoptosi cellulare e all’inibizione della progressione del ciclo cellulare2. Secondo uno studio importante, oltre alle ben documentate proprietà antitumorali questa pianta, grazie ad un’azione anti-infiammatoria, può contribuire a ridurre il dolore muscolare a seguito di uno sforzo fisico e migliorare inoltre le condizioni dovute a disordini cardiovascolari, gastrointestinali e diabete mellito3.

Le pubblicazioni accademico-scientifiche sullo zenzero degli ultimi 10 anni sono ben 2580.

[1] Ali BH, Blunden G, Tanira MO, et al. Some phytochemical, pharmacological and toxicological properties of ginger (Zingiber officinale Roscoe): A review of recent research. Food Chem Toxicol. 2008;46(2):409–420. [PubMed] [Google Scholar]

[2] Nafiseh Shokri Mashhadi, Reza Ghiasvand, Gholamreza Askari, Mitra Hariri, Leila Darvishi, and Mohammad Reza Mofid Anti-Oxidative and Anti-Inflammatory Effects of Ginger in Health and Physical Activity: Review of Current Evidence . Int J Prev Med. 2013 Apr; 4(Suppl 1): S36–S42.

[3] Ann M. Bode and Zigang Dong. The Amazing and Mighty Ginger. Herbal Medicine: Biomolecular and Clinical Aspects. 2nd edition. Chapter 7

effetto-placebo

Cos’è l’effetto placebo

Cos’è l’effetto placebo?

Dell’effetto placebo, prima di iniziare a interessarmene, sapevo probabilmente che, quando si deve fare un test per la sperimentazione dei farmaci, nell’ultima fase, quella sull’uomo, per dimostrare l’efficacia del farmaco o della terapia (può dare effetto placebo anche una macchina a ultrasuoni che il paziente pensa sia accesa e funzionante quando in realtà non lo è), è necessario paragonare la terapia vera con la risposta placebo, somministrando le sostanze per mezzo di trial clinici in cieco (il paziente ignora la natura della sostanza), in doppio cieco (né il medico che somministra, né il paziente che riceve, sanno che si tratta di una sostanza inerte) o triplo cieco (anche chi elabora i dati non è a conoscenza del placebo).

Wikipedia ci dice che il placebo è una terapia o una sostanza, priva di principi attivi specifici, ma che viene somministrata come se avesse proprietà farmacologiche o curative. Lo stato di salute del paziente a cui viene somministrato il placebo può migliorare, a condizione che riponga fiducia in ciò che sta assumendo.

Quanto scritto, alla luce della mia esperienza vissuta e di quanto appreso, risulta una spiegazione del tutto approssimativa e richiede senz’altro un approfondimento.

Brevi cenni storici

Il Medical Dictionary (Hooper 1811), definiva il placebo come “Un epiteto dato al posto di una medicina adatto più a compiacere che a beneficiare il paziente”.
Dalla fine dell’800 (nel Dictionary di Foster del 1894) il termine placebo ha assunto il significato di “sostanza inattiva, inerte”.

Uno dei primi scienziati a studiare l’effetto placebo fu Henry Knowles Beecher (1904–1976), un medico anestesista e ricercatore presso l’Università di Harvard.
Beecher si era accorto che i soldati feriti in guerra (Seconda Guerra Mondiale), richiedevano molti meno farmaci analgesici (25% vs 80%) rispetto ai pazienti con ferite simili riportate in un contesto civile.
La conclusione dell’anestesista, dopo attenti studi, fu che questo dipendeva dal fatto che, per il soldato, essere ricoverato significava anzitutto essere sopravvissuto e, in secondo luogo, l’allontanamento dal campo di battaglia per le dovute cure, veniva percepito come un allontanamento dal pericolo e dal dolore. Viceversa, per i civili, un serio infortunio, sarebbe stato frutto di preoccupazione per la condizione sociale ed economica e il ricovero in ospedale, luogo che può sicuramente essere associato al dolore.

Fino a pochi anni fa, l’interesse della comunità scientifica era esclusivamente diretto a verificare che la terapia o il farmaco veri dessero una risposta migliore di quella finta. Oggi, invece, i ricercatori hanno iniziato a chiedersi perché chi assume un placebo spesso migliora: sta quindi emergendo una relazione interessantissima tra mente e corpo in cui processi psicologici complessi sono in grado di influenzare il nostro organismo.

In realtà sappiamo che nell’effetto placebo intervengono dei processi psicologici che vanno ben al di là dell’aspetto medico. Intendo dire che mente e materia non sono elementi separati: i nostri pensieri e sentimenti, coscienti o meno che siano, producono effetti materiali concreti e tracciano il nostro destino.
La decisione di aprire un blog, su un argomento che può sembrare apparentemente circoscritto, scaturisce da un continuo e potrei dire costante studio dei suddetti processi mente-corpo e dalla consapevolezza che all’interno della mente umana e di quella del campo quantico dalle potenzialità ad oggi sconosciute, risieda la capacità di concretizzare qualsiasi avvenimento possibile (non soltanto in campo medico) per mezzo di varie caratteristiche insite in ognuno di noi, prima tra tutte la fede.