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Cos’è l’effetto placebo

Cos’è l’effetto placebo?

Dell’effetto placebo, prima di iniziare a interessarmene, sapevo probabilmente che, quando si deve fare un test per la sperimentazione dei farmaci, nell’ultima fase, quella sull’uomo, per dimostrare l’efficacia del farmaco o della terapia (può dare effetto placebo anche una macchina a ultrasuoni che il paziente pensa sia accesa e funzionante quando in realtà non lo è), è necessario paragonare la terapia vera con la risposta placebo, somministrando le sostanze per mezzo di trial clinici in cieco (il paziente ignora la natura della sostanza), in doppio cieco (né il medico che somministra, né il paziente che riceve, sanno che si tratta di una sostanza inerte) o triplo cieco (anche chi elabora i dati non è a conoscenza del placebo).

Wikipedia ci dice che il placebo è una terapia o una sostanza, priva di principi attivi specifici, ma che viene somministrata come se avesse proprietà farmacologiche o curative. Lo stato di salute del paziente a cui viene somministrato il placebo può migliorare, a condizione che riponga fiducia in ciò che sta assumendo.

Quanto scritto, alla luce della mia esperienza vissuta e di quanto appreso, risulta una spiegazione del tutto approssimativa e richiede senz’altro un approfondimento.

Brevi cenni storici

Il Medical Dictionary (Hooper 1811), definiva il placebo come “Un epiteto dato al posto di una medicina adatto più a compiacere che a beneficiare il paziente”.
Dalla fine dell’800 (nel Dictionary di Foster del 1894) il termine placebo ha assunto il significato di “sostanza inattiva, inerte”.

Uno dei primi scienziati a studiare l’effetto placebo fu Henry Knowles Beecher (1904–1976), un medico anestesista e ricercatore presso l’Università di Harvard.
Beecher si era accorto che i soldati feriti in guerra (Seconda Guerra Mondiale), richiedevano molti meno farmaci analgesici (25% vs 80%) rispetto ai pazienti con ferite simili riportate in un contesto civile.
La conclusione dell’anestesista, dopo attenti studi, fu che questo dipendeva dal fatto che, per il soldato, essere ricoverato significava anzitutto essere sopravvissuto e, in secondo luogo, l’allontanamento dal campo di battaglia per le dovute cure, veniva percepito come un allontanamento dal pericolo e dal dolore. Viceversa, per i civili, un serio infortunio, sarebbe stato frutto di preoccupazione per la condizione sociale ed economica e il ricovero in ospedale, luogo che può sicuramente essere associato al dolore.

Fino a pochi anni fa, l’interesse della comunità scientifica era esclusivamente diretto a verificare che la terapia o il farmaco veri dessero una risposta migliore di quella finta. Oggi, invece, i ricercatori hanno iniziato a chiedersi perché chi assume un placebo spesso migliora: sta quindi emergendo una relazione interessantissima tra mente e corpo in cui processi psicologici complessi sono in grado di influenzare il nostro organismo.

In realtà sappiamo che nell’effetto placebo intervengono dei processi psicologici che vanno ben al di là dell’aspetto medico. Intendo dire che mente e materia non sono elementi separati: i nostri pensieri e sentimenti, coscienti o meno che siano, producono effetti materiali concreti e tracciano il nostro destino.
La decisione di aprire un blog, su un argomento che può sembrare apparentemente circoscritto, scaturisce da un continuo e potrei dire costante studio dei suddetti processi mente-corpo e dalla consapevolezza che all’interno della mente umana e di quella del campo quantico dalle potenzialità ad oggi sconosciute, risieda la capacità di concretizzare qualsiasi avvenimento possibile (non soltanto in campo medico) per mezzo di varie caratteristiche insite in ognuno di noi, prima tra tutte la fede.